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BARLETTA - E così, eccoci arrivati nella provincia che non c'è: un perfetto triangolo equilatero di dieci chilometri per lato che vede ai suoi vertici Barletta (la città della disfida, anche imprenditoriale), Andria (con una base industriale più recente, innestata su un tessuto sociale bracciantile e latifondista), e infine Trani (la città della bellezza e della mollezza estatica, adagiata su un passato di glorie ormai
trascorse).
I giornali locali chiamano il nuovo, futuro triangolo amministrativo, la "sesta provincia", o "il nord barese"; altri suggeriscono un più suggestivo "provincia sveva" (visto che tutti e tre i capoluoghi vantano la presenza di un castello risalente a quel periodo), oppure "1'0fantina" (dal fiume che attraversa questa terra). Ma il suo nome ufficiale risponderà all'acronimo fumettistico Bat, in cui si allineano le iniziali di
una struttura amministrativa tricefala. Bat dovrebbe nascere nel 2009, con le prime elezioni provinciali, concomitanti con quelle di altre due province neonate: Fermo e Monza. Per il momento però le cose sono ancora in alto, anzi in altissimo mare. Raffaele Fiore - squisito avvocato barlettano che in passato ha svolto funzioni di sindaco e vicesindaco - mi spiega che dopo aver raggiunto un accordo in base al quale la sede politica spettava a Barletta e la prefettura ad Andria, la stessa Barletta ha cercato di
fare filotto e di incassare l'intero bottino; ovviamente, Andria si è risentita e a quel punto anche Trani ha minacciatodi chiamarsi fuori.
Trattasi di normali giochi di "posizionamento", perché la provincia ormai è istituita: e soprattutto i consiglieri delle tre città, diventate capoluogo, si sono moltiplicati come i pani e i pesci (passando da trenta a quaranta), mentre nell'ultima Finanziaria è stato fissato lo stanziamento di cinquanta milioni di euro per quaranta nuovi uffici (motorizzazione, autorità marittima, bacino delle acque, legione dei carabinieri, eccetera eccetera). Il che spiega tanti mal di pancia, ma al contempo non fa dubitare
minimamente sul fatto che un accordo verrà trovato. Mentre passeggiamo sul corso, chiedo al mio interlocutore se fosse proprio necessario istituire l'ennesima provincia, mentre si dibatte sull'opportunità dell'esistenza stessa di questo istituto. Fiore coglie il senso della mia obiezione, a maggior ragione in una terra come la sua, dove gli elettori, « più che cittadini, sono clienti in cerca di protezione». Mi rammenta però anche come questa battaglia di autonomia affondi in tempi lontani, riguardando soprattutto Barletta, che da decenni soffre la dipendenza da Bari: «città levantina e
parassitaria che grazie alle sue funzioni di capoluogo regionale, ha succhiato molte risorse senza dare granché in cambio».
Quella barlettana, del resto, è stata a lungo una delle realtà economiche più vivaci dell'intera Puglia. Negli anni ottanta gli imprenditori locali (considerati i cinesi d'Italia) si imposero sul mercato internazionale col Tac: tessile, abbigliamento, calzaturiero (l'avrete capito, da queste parti gli acronimi impazzano). Poi però arrivano i cinesi veri e sono dolori per tutti: decine di fabbriche chiuse, moltissimi
operai a spasso e parecchi imprenditori indebitati fino al collo; anche perché ben pochi tra loro sanno rinunciare agli status symbol indigeni, elencatimi spiritosamente da un altro avvocato, Gennaro Cefola: «Ferrari, villa alla Fiumara, barca e commara (l'amante)».
Gli indici economici odierni sono decisamente più cupi. Ma come sempre in Italia, e ancor più nel Mezzogiorno, quanto mai contraddittori tra loro. Perché se la ricchezza complessiva cala e la disoccupazione cresce, al contempo crescono anche i prezzi degli immobili, si moltiplicano i locali notturni e la città, ancora piuttosto sgangherata, negli ultimi anni viene rimessa a nuovo nei punti più rinomati. Come nel caso del bellissimo palazzo seicentesco Marra (giusto a fianco di un orrendo
condominio), dove finalmente, due anni fa, trova sede definitiva la strepitosa collezione di Giuseppe De Nittis. Visito la collezione in compagnia di Costantino Foschini, ottimo giornalista RAI di lungo corso. E proprio Costantino mi racconta una storia rivelatrice del genius loci barlettano. Riguarda La Signora napoletana, un quadro di De Nittis andato all'asta da Christie's e venduto per cinquecentomila euro a un imprenditore locale trapiantato in Inghilterra. L'uomo, dopo aver prevalso nell'asta a svantaggio dell'amministrazione locale, ci ripensa e decide di riportare il quadro nella sede naturale di palazzo Marra, se solo verrà raccolta attraverso una sottoscrizione popolare una cifra analoga a quella da lui affrontata. Non vuole un soldo in più. E mette sul piatto i primi 25 mila euro. Ma appena superata la soglia dei centomila, interviene una studiosa barese esperta di De Nittis, che mette in dubbio l'attribuzione del quadro. Da lì in avanti, ricorda Foschini, «la polemica viene cavalcata da uno accrocco quanto mai composito: la stampa locale, l'opposizione di destra che accusa il sindaco di sperperare il denaro pubblico e i no global. In breve: la colletta fallisce e l'imprenditore barlettano se ne va via con
La signora napoletana sotto il braccio».
In questi giorni ho modo di ascoltare svariate storie, e sempre un filo rosso le lega tra loro: riguardano immancabilmente il talento imprenditoriale barlettano, a riconferma che il carattere di questa gente, come dice l'ex sindaco Francesco Salerno, «è mprontato all' intraprendenza, la competizione l'indiaidualismo. Ma, tra tutte le storie, la più bella è senz'altro quella che vede come protagonista Luigi Gorgoglione, titolare dell'azienda di abbigliamento Monella vagabonda; vicenda che mi viene raccontata dal suo tributarista, Marcello D'Onofrio. In precedenza, ricorderete, ho accennato all'arrivo dei cinesi, che offrendo indumenti a bassissimo prezzo, mettono in ginocchio - tra gli altri - il settore dell'abbigliamento. Quand'ecco entrare in scena il Gorgoglione. «Venne da me un paio d'anni fa con in testa una semplice quanto azzardata scommessa. Vediamo se la massaia che va al mercato a comprare mutande e ciliegie è disposta a pagare un euro in più per una maglietta con su il marchio di Monella Vagabonda». Gorgoglione, in altri termini, si inventa la "griffe dei poveri". «In Italia tutti si
affannano a inseguire il mercato medio-alto e lui invece scommette su quello basso, molto più facilmente permeabile a questo tipo di messaggi. E' il pubblico che guarda la De Filippi, i reality e le soap-opera. Non a caso il mio cliente ha puntato su testimonial come Veronica, una delle protagoniste del Grande Fratello, e su Eva Henger, la ex pornostar approdata a Paperissirna. E il successo è stato immediato e clamoroso».
La cosiddetta linea vip di Monella vagabonda, venduta al mercato, spopola a un punto tale che il Nostro decide di offrire in licenza il suo marchio a una quantità infinita di prodotti: per la scuola (zaini, quaderni, agende), il fitness, la casa. E ancora: caschi e motorini, poctacellulari, contenitori cd, corsetteria, occhiali, profumi, gioielli, tazze, orologi, Non pago di tutto questo, Gorgoglione decide di invertire la
seconda regola aurea del marketing. «Mentre Armani, o chi perlui, prima fa la linea "alta" e poi quella più popolare, il mio cliente si è mosso in senso contrario. E dopo essersi inventato la linea vip, che va nei mercati di paese, ha avviato la linea snob, un pn' più costosa, che va nei negozi». Ora sì tratta di capire, conclude D'Onofrio, se l'affezione al marchio resisterà nel corso del tempo. Certo è che, per il momento, la "griffe dei poveri" ha fatto centro. Sono fioriti svariati altri marchi orientati allo stesso segmento di mercato: Bambolina, Rams 23, Fragolita, Diavoletta. E in tal modo si sono rivitalizzati i comparti industriali di Barletta e Andria, costringendo i cinesi a contraffare non più Vuitton, ma - udite udite - Monella Vagabonda. Con questa vicenda nelle orecchie abbandono Barletta e mi dirigo verso Trani, nel più canonico e sublime paesaggio pugliese: ordinatissimo parco naturale composto da distese dì ulivi giganteschi e tappeti di viti basse. Appena un quarto d'ora d'auto, che trascina però il forestiero in un mondo stellarmente diverso: abbandonate fortune e disgrazie dell'imprenditoria barlettana, si precipità nella «città slow», come indicano appositi cartelli. E lo si capisce da subito, trovandosi di fronte a una sorta di perenne contr'ora. Fatta di sonnolenza e mollezza.
Trani non è soltanto l'assoluta meraviglia della sua cattedrale sul mare; è un susseguirsi dì chiese e sinagoghe (un tempo ce n'erano ben quattro), di un geometrico centro ottocentesco, di palazzi nobiliari di inusitata ricchezza, oltre che la sede dell'antica Corte d'Appello, con conseguente genia senza fine di uomini di legge. È una città - come mi dice Rosanna Gaeta, proprietaria di una libreria e animatrice dei
"Dialoghi di Trani " - che vive di rendita d'arte e cultura. E poco fa per rivitalizzarle. Come poco si occupa, più in generale, del suo futuro: «Non per caso le stesse attività commerciali che fioriscono al porto sono in mano a andriesi e barlettani. Questa è una città snob e decadente, in cui si dilapidano intere fortuna giocando a poker o a baccarat. O in cui, senza rischi, ci si dedica al priscio, parola chiave che ìndica la piacevolezza di una vita gaudente».
Anche l'ottimo pranzo che sto consumando con Rosanna e il marito Gianni, va fatto rientrare sotto tale categoria esistenziale. Con noi c'è un gruppo di giovanissimi tranesi (un gallerista, un organizzatore teatrale, due fotografi, un'attrice), che dimostrando non poco coraggio sono tornati nella città natale sperando di farla risorgere da una ineluttabile décadence «Forse l'unico modo per dare una scossa a Trani è far saltare per aria la cattedrale», mi dicono ironici, paradossali, a conclusione di un simpatico convivio scandito da orecchiette, fritto dì paranza e una lunga sequela di dolci.
Dopodiché, esaurita la nostra porzione quotidiana di priscio, ritorniamo in libreria, dove alcuni ragazzini seduti a un tavolino consultano dei libri. E Rosanna me ne spiega la ragione: la biblioteca comunale è stata sì riaperta in una nuova sede, ma senza i volumi che ne giustificherebbero l'esistenza - i quali giacciono altrove «a sanificare». Nel frattempo sono state reintegrate alcune importanti donazioni private di libri antichi, ma per quanto riguarda i testi di immediata consultazione, ancora niente da
fare: il frequentatore della "Giuseppe Bovio" deve accontentarsi dell'elettrizzante lettura della Gazzetta Ufficiale!
Dopo la Provincia che ancora non c'è, la Biblioteca senza libri. l fantasmi, evidentemente, abitano questi luoghi. |