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Recensioni

Chi ha ucciso Sarah?

di Andrej Longo

Editore: Adelphi

Anno: 2009

Pagine: 177

Prezzo: € 17

 

Andrej Longo, Chi ha ucciso Sarah?, Adelphi

 

 

Un assolato pomeriggio di agosto nella Napoli della metà degli anni Novanta. Il ritrovamento di una ragazza morta nell’androne buio di un elegante palazzo di Posillipo (“stava intorcinata su se stessa, come a una gatta che dormiva”). A scoprire il cadavere è un giovane poliziotto, Acanfora, sorpreso, in questo suo primo incontro con la violenza della morte, dall’irreale silenzio che lo circonda.

Il malinconico giallo di Andrej Longo, ischitano, sceneggiatore per cinema, radio e teatro, già autore nel 2007 dei racconti Dieci (Adelphi), mette in scena un’indagine che è anche amaro percorso di formazione del candido ma non sprovveduto Acanfora, voce narrante della storia. Come in un romanzo di Simenon, un evento tragico diviene occasione di incrinatura delle maschere sociali, sicché tutti i personaggi coinvolti nella vicenda (dallo stesso protagonista al commissario Santagata, ai vicini di Sarah, ai genitori e ai fidanzati della ragazza) si ritrovano a mettere a nudo la propria anima al cospetto del dramma, in un gioco illusorio e sempre ingannevole di parvenza e verità. Anche il colpo di scena finale non fa altro che suggellare la dolorosa scoperta della triste inafferrabilità del reale, già resa mimeticamente in una splendida scena di inseguimento vanificato.

Longo è particolarmente abile nell’intessere la narrazione di una equilibrata miscela di italiano e dialetto, mantenendo sapientemente quest’ultimo al di qua della coloritura espressionistica e macchiettistica. Gli ambienti e i personaggi delle diverse classi sociali (dalla ricca borghesia di Posillipo ai popolani di Torre del Greco e del rione Sanità) vengono ritratti con icastica efficacia, senza sbavature, attraverso una concreta attenzione ai dettagli che rivelano con pudore la psicologia e le emozioni degli uomini, secondo la lezione del minimalismo di Carver.

Soprattutto, in Longo si avverte l’amorevole sforzo di sottrarre l’affresco di una città difficile come Napoli (“è ’na vita che ’sta città sta abbandonata”) agli espressionistici colori dei luoghi comuni (primo fra tutti, quello della camorra), per affidare il racconto del male alle nuances pastello della metafora universale, come già avveniva in Sciascia. Il giovane Acanfora può così conquistare una consapevolezza da condividere con tutti gli uomini, allorché passa da un atteggiamento di cosciente inerzia nei confronti della realtà (“Con un poco di fantasia, uno si siede sopra a una panchina, si fuma una sigaretta e pensa di stare dentro a un paese come si deve”) a un sussulto di rivolta civile (“uno non può campare così, facendo finta di non vedere quello che capita attorno”). E tuttavia, anche questo impegno non salva dall’amarezza dello scacco: “Mi pareva che tutto all’improvviso la città si era svegliata dal sonno, ma ho pensato che invece di schiarare continuava lo stesso a fare notte”. 

Milena Cannillo

 

 

 

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