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Eva Cantarella, Dammi mille baci, Feltrinelli
Con amena leggerezza Eva Cantarella racconta l’amore nell’antichità romana, conducendo il lettore in un viaggio attraverso le convenzioni sociali, gli usi e i costumi, i gusti etero e omoerotici della civiltà latina dalle origini alla decadenza. Apprendiamo così – ma ne avevamo già il sospetto – che la natura arrogante e predatoria dei conquistatori veniva applicata con analoga prepotenza alle relazioni erotiche e coniugali, a spese delle donne e degli schiavi (gli unici coi quali un rapporto omosessuale era considerato lecito, per lo meno fino al I sec. a. C. e a differenza di quanto avveniva presso i Greci). Se mai conservassimo dubbi romantici, l’insolente tracotanza dei discendenti di Romolo viene confermata dalle esplicite e sanguigne poesie di Catullo, rivolte non solo alla celeberrima e volubile Lesbia, ma anche a un bel giovane capriccioso, Giuvenzio, violentemente difeso dalle insidie dei sodali del poeta. A suffragare l’idea di quella che Paul Veyne definisce “una virilità di stupro” contribuiscono pure i miti (innanzitutto, quello fondativo della sacerdotessa Rea Silvia violata dal dio Marte; poi, quello del ratto delle Sabine) e le non proprio eleganti iscrizioni sui muri di Pompei, Ercolano, Ostia e Roma, nelle quali i Romani vantavano le proprie imprese amatorie con il gusto della pornolalia.
In Dammi mille baci la Cantarella delinea lo sforzo della civiltà latina di ingabbiare in un sistema di norme giuridiche e morali il carattere proteiforme e potenzialmente sovversivo dell’amore. Tutt’altro che oziosa, anzi posta a tutela dell’ordine politico e sociale, appare la classificazione tra amori “dovuti” (quello coniugale e quello tra genitori e figli, entrambe le relazioni concepite come sottomissione a un capo), amori “possibili” (con prostitute/i) e amori “proibiti” (quelli fedifraghi delle donne; l’omosessualità maschile “passiva”, “sdoganata” dalla figura di Cesare, ma poi ferocemente perseguitata da una nefasta consonanza tra etica virile romana e etica cristiana; l’omosessualità femminile, considerata la peggiore delle depravazioni).
Nel contesto romano rigidamente regolato si muovevano donne a un tempo succubi e fiere, capaci di fulgidi esempi di castità, fedeltà, modestia, parsimonia, obbedienza (Lucrezia, Cornelia, Porzia, Arria, Turia), ma anche talora protagoniste di clamorose azioni di protesta in difesa della propria indipendenza (come quella, raccontata da Svetonio, Tacito e Papiniano, contro la legge Giulia voluta da Augusto per scoraggiare gli adulterî) e di ardite sfide alle convenzioni dell’epoca (una certa Afrania, nel I sec. a.C., si difese da sola in tribunale, mentre la nobile poetessa Sulpicia protesse strenuamente il suo amore per Cerinto, un giovane di condizione inferiore). Non di rado le donne forzavano le maglie del controllo sociale aprendo pericolose crepe sul versante delle libertà individuali e dei valori civici. E gli uomini le guardavano con sospetto (lo testimoniano le corrosive satire di Marziale e Giovenale), soprattutto nei casi in cui, divenute economicamente indipendenti e colte, si sottraevano alla tradizionale morigeratezza dei costumi abbandonandosi ai piaceri e minacciando una autonoma gestione del proprio corpo (per esempio, attraverso il rifiuto della maternità).
Nell’affrescare il sapido quadro d’insieme Eva Cantarella insiste sulla specificità storica di tali questioni, mettendo in guardia da facili letture attualizzanti, anche protofemministe, e sottolineando apoditticamente la distanza tra passato e presente. Ma la foga graffitara ed esibizionistica, i labili confini tra pubblico e privato, la persecuzione degli omosessuali, gli scandali di letto che turbano e/o insidiano il potere non possono non consegnarci l’impressione di una civiltà contemporanea zelantemente impegnata a onorare il magistero del passato.
Milena Cannillo |