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Recensioni

Accabadora

di Michela Murgia

Editore: Einaudi

Anno: 2009

Pagine: 164

Prezzo: € 18

 

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

Una declinazione intensa e suggestiva del tema della maternità, concepita come legame elettivo presieduto da una cupa sacralità, carico di significati misteriosi e sfuggenti nella vita come nella morte. E’ questo il nucleo del romanzo Accabadora (2009) della trentasettenne sarda Michela Murgia, alla seconda prova einaudiana dopo gli Undici percorsi nell’isola che non si vede (2008). Scegliendo «un timbro nitido» (Quaranta), uno stile e una lingua tersi, quasi nulla concedendo al mimetismo del parlato e dei suoni della sua terra, la scrittrice di Cabras racconta l’incontro fatale di due solitudini femminili nell’immaginario paese di Soreni, nella Sardegna degli anni Cinquanta.

Maria, quarta figlia femmina della vedova Anna Teresa Listru, ha sei anni quando, secondo una consuetudine invalsa all’epoca nell’isola e atta a rimediare «alla povertà di una donna e alla sterilità di un’altra», viene adottata sulla parola come «fill’e anima» da una vecchia sarta, Tzia Bonaria Urrai, che offre alla bambina una casa e un futuro, sottraendola all’invisibilità cui la piccola sembra destinata nella comunità (le persone, come le colpe, «iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge»), e colmandola di quelle attenzioni che le mancano nella famiglia d’origine. La confidenza tra le due si costruisce lentamente e con pazienza, edificandosi nei tempi dettati dalla saggezza atavica e taciturna di Bonaria Urrai, che, vedova di un promesso sposo morto in guerra, appare presto dotata dei tratti di una figura mitica, circonfusa, com’è, di un’aura misteriosa e del timoroso rispetto dei suoi compaesani. Ciò che infatti Maria non sa è che la sua madre adottiva, oltre a cucire gli abiti, è in grado di leggere gli animi degli uomini, i sortilegi e le fatture, e all’occorrenza è «colei che finisce», l’«accabadora» appunto (dallo spagnolo acabar, finire), l’ultima madre, la parca che nottetempo, scivolando silenziosa nelle stanze con la sua lunga veste nera, recide pietosa il filo della vita dei malati terminali, liberandoli da una prolungata e irrimediabile sofferenza dell’anima e del corpo. Quasi mai Bonaria Urrai dubita «di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto». Ma la scoperta di questa verità suonerà orrenda alle orecchie di Maria, che inseguirà perciò un’altra vita come bambinaia a Torino. Qui la conoscenza di un terribile segreto la precipiterà in una situazione delicata, inducendola a un ritorno in Sardegna proprio in concomitanza con la malattia di Bonaria. Al capezzale della sua benefattrice Maria misurerà tutta la profondità del suo legame con lei, scoprendosi “carnalmente” e ineluttabilmente sua figlia.

Con misura e delicatezza Michela Murgia, muovendosi nella tradizione morale degli scrittori sardi (dalla Deledda al Satta de Il giorno del giudizio), affronta una drammatica questione etica, narrando con asciutto e limpido lirismo l’equilibrio segreto di un mondo ancestrale codificato da un alfabeto elementare in cui «gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell’analisi logica»; un mondo governato da una sapienza non scritta che interpretava pragmaticamente, con regole e divieti, le pieghe del destino. Intorno alle due protagoniste, come in una tragedia greca e nelle opere di Verga, il coro di una comunità arcaico-rurale minacciata dalla modernità, invischiata in interessi economici e meschini egoismi, assorbita nella pratica del pettegolezzo, popolata di figure mitiche (come Chicchinu Bastiu, il vecchio cieco che «sentiva nell’aria l’odore dell’uva pronta a fare mosto»), impregnata di superstizione e legata ad antichi rituali nelle feste come nei funerali.

E tuttavia, in Accabadora, sul conflitto tra storia e metastoria prevale, sensibile e penetrante, l’analisi sapiente di un legame affettivo d’elezione, che dona a chi lo vive «un piacere denso, così simile a un dolore in bocca».

Milena Cannillo

 

 

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