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Leggendo i primi capitoli di Buskashì, non senza sorpresa mi sono trovato preso da un avvincente racconto di viaggio, con tutti gli ingredienti della narrativa d'avventura: percorsi su piste ghiacciate che si inerpicano a strapiombo su paurosi precipizi attraverso vette tra le più alte del mondo, notti trascorse in rifugi di contrabbandieri di confine in condizioni di confort e igiene discutibili, delicate trattative "diplomatiche" con funzionari dalle concezioni stravaganti in fatto di pubblica decenza, passaggi tra fronti nemici attraverso la terra di nessuno, e l'onnipresente ombra della guerra.
Ma fine del racconto non è il divertissment del lettore, e infatti questo viaggio alla volta di Kabul, isolata dalla crisi internazionale e abbandonata a se stessa dagli aiuti umanitari (che paradossalmente hanno fatto i bagagli proprio quando ci sarebbe stato più bisogno del loro aiuto), è solo una serie di scomodi contrattempi per gli uomini di Emergency che, mettendo costantemente a repentaglio le proprie vite, stanno raggiungendo il loro ospedale di Kabul per andarne a salvare delle altre. Quelle altre alle quali i nostri governanti attribuiscono così poco valore da poter catalogare alla voce "danni collaterali" la possibilità della loro cessazione improvvisa e violenta (morte).
Il racconto di Gino Strada ci offre un punto di vista sugli eventi di cui tutti siamo stati testimoni mediatici, scevro dai sensazionalismi dell'informazione spettacolo fatta di notizie "bomba" (che detonano, stonano ma non informano), lontano dalle facili retoriche dei governanti che si arrogano la capacità di sapere cosa è giusto e cosa no, dove sta il bene e dove sta il male. E a ragione si cita il sofista Trasimaco che, 25 secoli fa, sosteneva che "il giusto altro non è che l'utile del più forte".
È un punto di vista così diverso, così distante da quelli che ogni giorno decidono per noi cosa dovremmo sapere e che opinione dovremmo averne, ma, paradossalmente, è il punto di vista di chi è dentro alla realtà di cui parla, di chi è esposto in prima persona alle bombe gettate dai paladini della giustizia occidentali, di chi si prende cura delle vittime, di tutte allo stesso modo qualunque sia la loro etnia, la loro fazione politica, la loro religione perché siamo tutti esseri umani, tutti allo stesso modo. Perché razzi talebani o bombe americane il risultato non cambia, perché qualunque ragione diventa irrilevante, i concetti di giusto o sbagliato, di ragione o torto devono cedere il passo di fronte alle atrocità che l'uomo è capace di compiere contro i suoi simili.
E per questo quest'uomo, con quelli che gli si sono uniti, conduce una personale guerra contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti, contro tutte le bombe, per salvare, per quanto sia ancora possibile, l'uomo da sé stesso.
Recensito da Alfredo Strippoli |