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Recensioni

Riportando tutto a casa

di NICOLA LAGIOIA

Editore: Einaudi

Anno: 2009

Pagine: 288

Prezzo: € 20

 

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi

«La memoria rigetta e dissecca / un ammasso di cose distorte». Leggendo Riportando tutto a casa, l’ultima prova narrativa di Nicola Lagioia, vengono in mente queste parole di Thomas Stearns Eliot, questi versi che incastonano l’una nell’altra, iconicamente, la moderna degradazione del mondo esterno e quella del mondo interiore.

Anche nel romanzo dello scrittore barese infatti, in maniera altrettanto iconica e implosiva, il moto ondoso dei ricordi restituisce e abbandona sulla soglia di una coscienza malcerta, desolata e dispersa i cocci taglienti di un passato che ha lasciato i propri scheletri a popolare il presente.

Il narratore di Riportando tutto a casa decide di indagare sulle ragioni della crisi della propria generazione, quella dei nati negli anni Settanta, sui motivi di un’esistenza attuale «vuota», «sbagliata» e «invivibile», riavvolgendo il nastro della memoria, e facendo i conti con le coordinate spazio-temporali della propria adolescenza: la città di Bari e gli anni Ottanta. Il personaggio che racconta ricostruisce così, anche grazie alle testimonianze dei ritrovati compagni di allora (in un montaggio prospettico che riecheggia Pastorale americana di Philip Roth e risente non poco delle tecniche narrative cinematografiche, a partire da Citizen Kane), gli avvenimenti, i mutamenti economici e sociali, i cambiamenti nel costume e nell’immaginario collettivo che hanno condotto, con la modalità di impercettibili e costanti smottamenti, al disagio contemporaneo dei trentenni (e non solo), a «un crollo silenzioso», a «un trauma senza evento». «Mancava un fatto dal quale far discendere tutti gli altri, e al quale richiamarsi con certezza per raccontare la nostra storia... Se c’era uno sfregio ma mancava il corpo del reato, era lo sfregio che bisognava interrogare».

Il romanzo prende pertanto a rievocare la dolorosa iniziazione alla vita di tre amici adolescenti, vittime fragili, rabbiose e smarrite del rampantismo buzzurro e feroce dei loro padri negli anni dello sviluppo economico craxiano e dell’edonismo reaganiano. Mentre sullo sfondo scorrono eventi epocali (dalla comparsa dello spettro dell’AIDS alla tragedia dell’Heysel, all’incontro Reagan-Gorbaciov dell’86, all’esplosione dello Shuttle, al disastro di Chernobyl, alla caduta del muro di Berlino), in pagine amare, che ricordano la scrittura acremente spumeggiante e concettosa del Busi di Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Lagioia ritrae la natura bifronte della Bari degli anni Ottanta: il volto opulento e consumistico, nutrito di volgare cinismo, dei quartieri della medio-alta borghesia, e quello tossico, clandestino e disperato dei rioni della periferia, abbrutita dal degrado urbano e sociale, dall’eroina che divora corpi e anime.

Con ambizioso e balzachiano intento sociologico, si tenta una ricostruzione, e un’analisi, di uno snodo antropologicamente cruciale per il nostro Paese, quello del cosiddetto «riflusso», ossia dell’abbandono della parentesi impegnata degli anni Settanta per la definitiva affermazione del far west italiano dell’interesse privato, dell’individualismo e del familismo, dei modelli di comportamento pesantemente e subdolamente plasmati dal consumismo e dalla televisione commerciale sotto le seducenti etichette della democrazia, del laicismo e del progressismo (Pasolini docet). In questo contesto i giovani, orbati di speranze e illusioni, vedevano il loro «orizzonte tragico» trasformarsi «in spinta di “distruzione” e “autodistruzione”, che poi significa sparare al “nemico” o iniettarsi una dose di eroina», chiosava drammaticamente Walter Tobagi già in un articolo del 1978.

L’opera di Lagioia tributa un problematico ossequio al modulo tradizionale del Bildungsroman, citandone spesso, e non a caso, uno degli esempi più illustri e più innovativamente ambigui nella traditrice morale adulta di riferimento, l’ottocentesco L’isola del tesoro («pensai che Long John Silver era capace di strozzarti con la stessa mano che usava per salvarti dalle acque»). Ma l’autore pugliese approda, dall’interno, a un estremo scardinamento dell’assunto di fondo di questa forma, per cui alla fine (in contrasto col rassicurante titolo dylaniano, e in una emblematica scena di sovrapposizione dei piani temporali) si assiste a una decostruzione, e non a una costruzione di identità; e il passato non viene più a depositarsi cumulativo e didatticamente illuminante a sorreggere di senso l’età adulta (come ancora accade anche nelle più nere e pessimistiche storie di formazione, si pensi al recente Emmaus di Baricco), bensì nel presente si trova incastrato e congelato con la sua entropica e amorale assenza di significato.

Sicché, mentre per i padri conservava ancora un valore la massima dell’Ecclesiaste secondo cui «esiste un tempo per distruggere e un tempo per rimettere a posto le cose», per i figli «il tempo che distrugge è il tempo che conserva», e i trentenni di oggi, falsamente consolati nei social network dal balsamo delle parvenze, si ritrovano a vivere un presente che è ancora passato, scoprendosi, per questo, tristemente incapaci di immaginare qualsiasi futuro.

 

Milena Cannillo

 

 

 

 

 

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